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Fuji Speedway: il rettilineo infinito ai piedi del Monte Fuji

Oggi il Fuji Speedway è, a tutti gli effetti, il circuito di casa della Toyota: il colosso di Nagoya ne è proprietario dal 2000 e vi ha investito con la determinazione di chi vuole un palcoscenico all'altezza delle proprie ambizioni sportive. Ma ridurre questa pista a un asset aziendale sarebbe un torto imperdonabile. Il circuito sorge a Oyama, nella prefettura di Shizuoka, sulle pendici del Monte Fuji, il vulcano sacro che con i suoi profili innevati domina ogni fotografia scattata dal paddock. E il suo tratto distintivo è un rettilineo di quasi un chilometro e mezzo, tra i più lunghi al mondo, che da sessant'anni detta il carattere di ogni gara disputata quassù.

Il circuito di casa Toyota

Partiamo dal presente. Quando Toyota acquistò l'intero impianto nel 2000, stava preparando il proprio ingresso in Formula 1 e voleva una vetrina propria da contrapporre a Suzuka, storicamente legata alla Honda. Ne seguì una ricostruzione radicale, affidata allo studio dell'architetto Hermann Tilke: box moderni, curve ridisegnate, standard di sicurezza contemporanei, per un tracciato di circa 4,5 chilometri riaperto a metà degli anni Duemila. Da allora l'impianto è cresciuto ben oltre la pista: attorno al circuito è nato un vero polo dedicato alla cultura dell'automobile, con strutture ricettive e museali che raccontano la storia del luogo e dell'industria giapponese. Persino le Olimpiadi sono passate di qui: durante i Giochi di Tokyo il circuito ha ospitato l'arrivo delle prove di ciclismo su strada.

Un rettilineo che non finisce mai

Il cuore tecnico del Fuji resta però quello di sempre: il rettilineo principale, lungo circa un chilometro e mezzo. È una delle percorrenze a pieno gas più lunghe del motorsport mondiale, chiusa da una staccata violentissima che ha prodotto sorpassi a ripetizione in ogni categoria. Per gli ingegneri è un rompicapo affascinante: il rettilineo premia le configurazioni scariche, mentre il terzo settore — stretto, tortuoso, ondulato com'è il terreno di montagna — pretende carico aerodinamico. Nessun assetto può eccellere ovunque, e da questo compromesso impossibile nascono gare imprevedibili, in cui vetture velocissime in rettilineo si difendono con le unghie tra le curve e viceversa.

Le radici degli anni Sessanta

Il nome tradisce le origini: perché mai un circuito giapponese si chiama Speedway? Perché negli anni Sessanta, in pieno boom industriale, il progetto originale non prevedeva affatto una pista stradale di stampo europeo, bensì un ovale sopraelevato ispirato ai superspeedway americani come Daytona. Il sogno era portare in Giappone le corse in stile stock car. I fondi finirono prima del cemento: soltanto una porzione della curva sopraelevata venne completata, e il progetto fu convertito in fretta e furia in un circuito stradale che inglobava quell'unico frammento di ovale. Da quella nascita improvvisata deriva il DNA anomalo del Fuji: l'ampiezza e la vocazione alla velocità pura di uno speedway, innestate su un tracciato di montagna.

La parabolica dimenticata

Quella curva sopraelevata divenne rapidamente famigerata. Ripida, velocissima e priva di vie di fuga adeguate, provocò incidenti gravi e mortali nei primi anni di attività, al punto che i piloti giapponesi dell'epoca ne parlavano con autentico timore. Alla fine i gestori si arresero all'evidenza e modificarono il tracciato per aggirarla. Ma — ed è un dettaglio che commuove chiunque visiti l'impianto — la vecchia sopraelevata non fu mai demolita del tutto. Un tratto sopravvive ancora oggi, consumato dalle intemperie e invaso dalla vegetazione, conservato come un monumento a cielo aperto: il fantasma di cemento del superspeedway che non nacque mai.

La Formula 1 e le sue due epoche

Il conto è presto fatto: quattro Gran Premi validi per il mondiale di Formula 1, non uno di più. Eppure quei quattro appuntamenti valgono interi decenni di storia. Nel 1976 il Fuji ospitò la prima gara iridata di F1 mai disputata in Giappone, e il copione superò ogni immaginazione: James Hunt e Niki Lauda arrivarono a giocarsi il titolo, con l'austriaco tornato in abitacolo poche settimane dopo il rogo del Nürburgring. Sotto una pioggia torrenziale, con la nebbia calata dal vulcano, Lauda si fermò dopo due giri giudicando folle continuare; Hunt resistette nel diluvio, chiuse terzo nonostante una foratura nel finale e si prese il mondiale per un solo punto. La vittoria andò a Mario Andretti su Lotus.

L'anno dopo la leggenda lasciò spazio alla tragedia: la Ferrari di Gilles Villeneuve, dopo un contatto, finì fuori pista in una zona vietata al pubblico, uccidendo due persone. La Formula 1 abbandonò il Fuji e, quando tornò stabilmente in Giappone, scelse Suzuka. Il secondo capitolo arrivò con la proprietà Toyota: nel 2007 la pioggia ripropose quasi alla lettera il 1976, con partenza dietro la safety car e un giovane Lewis Hamilton capace di dominare nel diluvio al suo anno d'esordio; nel 2008, sull'asciutto, vinse Fernando Alonso. Poi la crisi economica cancellò i piani di alternanza con Suzuka e il Gran Premio del Giappone tornò definitivamente a casa Honda.

Il regno dell'endurance

Se la Formula 1 è stata una parentesi, l'endurance è la vera vocazione di questa pista. Le classiche sulla distanza dei 1000 chilometri hanno scandito per decenni il calendario giapponese, i prototipi del Gruppo C hanno tuonato lungo il rettilineo nell'epoca d'oro del mondiale sport, e oggi il Fuji ospita regolarmente una tappa del Campionato del mondo endurance FIA. Per Toyota, che con i suoi prototipi ibridi ha conquistato Le Mans, la gara di casa davanti al proprio pubblico ha il sapore di un rito annuale. A completare il quadro ci sono le due vette del motorsport nazionale: la Super GT, le cui gare al Fuji figurano tra gli eventi più seguiti del paese, e la Super Formula, oltre a drifting, trofei monomarca e festival storici che tengono viva la pista tutto l'anno.

Dal punto di vista del pilota, un giro del Fuji è quasi due circuiti in uno: prima l'interminabile allungo con la staccata più impegnativa del giro, poi un tratto misto e ondulato che richiede fiducia nell'avantreno e precisione millimetrica. Per questo motivo il circuito è considerato una scuola formidabile: generazioni di piloti giapponesi sono cresciute qui, imparando a gestire tanto la scia e le staccate al limite quanto il ritmo pulito tra i saliscendi del settore finale.

Meteo e montagna: il fattore Fuji

Nessun ritratto sarebbe completo senza il meteo. Il circuito sorge in quota, sul fianco di un vulcano che si fabbrica il clima da solo: banchi di nebbia che inghiottono la pista in pochi minuti, fronti di pioggia che si incagliano contro la montagna, sbalzi termici improvvisi. Non è un caso che entrambe le gare di Formula 1 più celebri disputate qui — 1976 e 2007 — siano state battaglie sotto il diluvio. Al Fuji la previsione meteorologica non è un contorno: è un avversario in più, capace di ribaltare strategie e gerarchie. Ed è anche per questo che i tifosi giapponesi amano tanto questo posto: quassù, davvero, può succedere di tutto — e quando la nebbia si dirada e il profilo innevato del vulcano riappare sopra le tribune, si capisce in un istante perché nessun altro circuito al mondo somiglia a questo.

Sulla mappa

Il Fuji Speedway è soltanto uno dei tanti punti luminosi nel fitto panorama motoristico del Giappone e del mondo. Aprite la nostra mappa interattiva per individuare con precisione la pista sulle pendici del vulcano, poi allargate lo sguardo: troverete Suzuka, Motegi e decine di altri circuiti e speedway, ciascuno con la propria storia da raccontare. Ogni punto della mappa lega la geografia alla leggenda delle corse: partite dal Fuji e seguite il rettilineo, ovunque vi porti.