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Daytona International Speedway: viaggio nel catino della Florida

Ci sono circuiti che appartengono a una sola disciplina e circuiti che ne contengono due, cuciti insieme dallo stesso asfalto. Il Daytona International Speedway, sulla costa atlantica della Florida, è il caso più celebre al mondo. Il suo tri-ovale di 2,5 miglia, con le curve sopraelevate a 31 gradi, ospita in febbraio la Daytona 500, la corsa più prestigiosa della NASCAR, e poche settimane prima, a fine gennaio, la Rolex 24, la classica di durata che apre la stagione mondiale dell'endurance. Dal 1959 questo impianto si definisce, senza troppa modestia, World Center of Racing, e la definizione non è campata in aria.

Due anime, un solo catino

La convivenza tra stock car e prototipi è possibile perché Daytona è in realtà due piste in una. C'è l'ovale puro, il catino dove le vetture NASCAR girano quasi senza mai alzare il piede, e c'è un tracciato stradale di circa 3,56 miglia che si tuffa nell'infield, si snoda tra curve piatte e tecniche, poi torna sull'anello e ne percorre quasi tutta la sopraelevazione, interrotta soltanto da una chicane sul rettilineo opposto, ribattezzata Bus Stop. Per piloti e meccanica il contrasto è feroce, tratti lenti che chiedono agilità e precisione, seguiti da lunghi secondi di carico massimo sulle sponde inclinate, dove sospensioni e pneumatici sopportano sollecitazioni enormi. Poche piste al mondo possono vantare una simile doppia identità.

La 24 Ore e il filo che porta in Europa

La Rolex 24 at Daytona discende dalla Daytona Continental dei primi anni Sessanta e si corre sulla distanza piena delle ventiquattro ore dal 1966. Per il pubblico europeo, e per quello italiano in particolare, la gara ha sempre avuto un sapore speciale. Nel 1967 la Ferrari firmò qui una delle pagine più iconiche della sua storia, con le sue vetture che tagliarono il traguardo affiancate in parata, prime tre al traguardo, un'immagine diventata leggenda. Ancora oggi la 24 Ore di Daytona apre la stagione dell'endurance e richiama campioni da Formula 1, IndyCar e NASCAR, tutti attratti da un premio unico nel suo genere, perché ogni pilota dell'equipaggio vincitore riceve un cronografo Rolex Daytona, che molti professionisti confessano di custodire più gelosamente di qualsiasi trofeo. Correndo in pieno inverno, la gara offre notti lunghissime, e i fari dei prototipi che disegnano archi di luce sulle sopraelevate restano tra gli spettacoli più suggestivi del motorsport. Gli equipaggi si alternano al volante per un giorno intero, mentre ai box si gioca una partita parallela fatta di strategie, traffico da gestire e meccanica da preservare fino all'alba.

Dalle corse sulla spiaggia

La storia di Daytona comincia però molto prima del 1959, e comincia sulla sabbia. All'inizio del Novecento la spiaggia di Daytona Beach, compattata dalla bassa marea, era una pista naturale per i tentativi di record di velocità, e pionieri come Malcolm Campbell vi portarono i loro bolidi. Dalla metà degli anni Trenta vi si disputavano corse di stock car su un tracciato che univa un tratto di spiaggia a una porzione di strada costiera parallela, con curve scavate nella sabbia alle due estremità. Erano gare spettacolari ma fragili, schiave delle maree e assediate dall'espansione urbana. Bill France Sr., organizzatore di quelle corse e fondatore della NASCAR proprio a Daytona Beach nel 1948, capì che il movimento aveva bisogno di una casa permanente, e la costruì in grande.

L'azzardo delle sopraelevate

Il progetto inaugurato nel febbraio 1959 era di un'ambizione sfacciata. France voleva una pista più veloce di Indianapolis, larga abbastanza per correre in tre affiancati, e disegnata in modo che ogni spettatore potesse abbracciare con lo sguardo l'intero tracciato. Nacque così il tri-ovale con le curve inclinate a 31 gradi e il dogleg del rettilineo principale a 18 gradi. La terra scavata nell'infield per innalzare quelle rampe colossali lasciò una grande fossa che, riempita d'acqua, divenne il lago Lloyd, tuttora al centro dell'impianto. La pendenza non è scenografia, è fisica applicata, perché scarica sulla pista una parte delle forze in curva e consente velocità che su un tracciato piatto sarebbero impensabili. Camminare su quei 31 gradi è quasi impossibile senza aggrapparsi, e basta provarci per capire cosa affrontano i piloti a pieno regime.

La Daytona 500, la grande corsa d'America

Nel calendario NASCAR la gara più importante non chiude la stagione, la apre. Ogni febbraio la Daytona 500, la Great American Race, inaugura il campionato davanti a tribune gremite. Il suo albo d'oro racconta la storia stessa delle stock car. Richard Petty l'ha vinta sette volte, record tuttora imbattuto. Dale Earnhardt inseguì il successo per vent'anni prima di riuscirci nel 1998, accolto lungo la corsia box dai meccanici di tutte le squadre in fila per stringergli la mano. La sua morte nell'ultimo giro dell'edizione 2001 fu il giorno più buio nella storia dell'impianto e innescò una rivoluzione della sicurezza, dai sistemi di ritenuta per capo e collo alle barriere ad assorbimento d'energia, i cui benefici si estendono ben oltre la NASCAR. Già la prima edizione, nel 1959, era entrata nella leggenda, con Lee Petty proclamato vincitore soltanto giorni dopo un arrivo in volata, una volta esaminate fotografie e filmati del traguardo.

Scia, gruppo e limiti della velocità

Grazie alle sopraelevate, le stock car girano a Daytona con medie nell'ordine delle 200 miglia orarie, praticamente in pieno per tutto il giro. Quando quelle velocità divennero un rischio concreto, la NASCAR scelse di limitare la potenza dei motori qui e sull'ovale gemello di Talladega. Il risultato è lo stile di corsa che rende uniche queste piste, il pack racing. Decine di vetture viaggiano in gruppi compatti, paraurti contro paraurti, perché la scia di chi precede vale più di qualsiasi virtuosismo individuale. Le alleanze si formano e si sciolgono giro dopo giro, le file avanzano e collassano, e spesso la vittoria si decide con una sola mossa nell'ultimo passaggio. C'è chi discute questa formula, ma dalle tribune lo spettacolo toglie il fiato.

Il tempio oggi

Daytona non ha mai smesso di rinnovarsi. Una ristrutturazione imponente, completata nel 2016, ha trasformato la tribuna principale in un vero stadio, con ampi corridoi, scale mobili e aree di ritrovo, per una capienza di circa centomila spettatori. L'infield, con il lago Lloyd, i campeggi e i garage aperti al pubblico nelle settimane di gara, resta il cuore pulsante dell'evento, una piccola città che si accende due volte l'anno e non solo. Anche le due ruote hanno qui una tradizione profonda, con la Daytona 200 e la Bike Week che ogni anno richiama motociclisti da tutto il continente. Il calendario prevede inoltre una seconda gara NASCAR in estate, per decenni disputata attorno alla festa dell'indipendenza americana con i fuochi d'artificio sopra l'ovale. Fuori dagli eventi, le visite guidate permettono di salire fin sulla sopraelevazione, l'unico modo per capire davvero questo luogo, e per la città di Daytona Beach l'impianto è insieme motore economico, simbolo e identità.

Sulla mappa

Daytona è un punto fermo nella geografia mondiale delle corse, ma è solo uno dei tanti luoghi da scoprire. Se questo viaggio vi ha incuriosito e volete confrontare i superspeedway americani con i circuiti storici europei o con le piste asiatiche, aprite la nostra mappa interattiva. Potrete individuare Daytona sulla costa orientale della Florida e da lì proseguire l'esplorazione tra centinaia di autodromi, ovali e speedway in tutto il mondo, ognuno con la propria storia di velocità.