Snaefell Mountain Course: anatomia del circuito più pericoloso del mondo
Per cinquanta settimane all'anno la strada che scavala lo Snaefell è asfalto qualunque dell'Isola di Man: una linea di autobus, un tragitto da pendolari, una panoramica tra Douglas e Ramsey. Poi, ogni primavera, il Tynwald — l'antichissimo parlamento dell'isola — ne ordina la chiusura per legge. Le balle di paglia spuntano contro i muretti di pietra e i pali del telegrafo, e le 37,73 miglia dello Snaefell Mountain Course, poco più di 60 chilometri, tornano a essere ciò che sono dal 1911: il circuito più antico e più pericoloso su cui si corra ancora, in qualsiasi parte del mondo. I piloti partono da Glencrutchery Road uno alla volta, a intervalli di dieci secondi, in gara contro il cronometro più che tra loro, e i più veloci girano ormai a una media superiore alle 135 miglia orarie su un giro intero di strada pubblica.
Una corsa nata da un limite di velocità
Il Tourist Trophy esiste perché la Gran Bretagna edoardiana aveva messo al bando la velocità. Il Motor Car Act del 1903 impose sulle strade della madrepatria un limite generalizzato di 20 miglia orarie, rendendo impossibile qualsiasi corsa organizzata su strada pubblica. L'Isola di Man, però, non fa giuridicamente parte del Regno Unito: è una dipendenza della Corona che si governa da sola, e il Tynwald si dimostrò disposto ad approvare leggi che consentivano di chiudere le strade per le competizioni. Prima arrivarono le automobili, nel 1904; poi, nel 1907, si corse il primo Tourist Trophy motociclistico sul tracciato più corto di St John's, nell'ovest dell'isola. Charlie Collier vinse la classe monocilindrica su una Matchless a una media di poco superiore alle 38 miglia orarie; Rem Fowler si impose tra le bicilindriche su una Norton. Nel 1911 la corsa si trasferì sul Mountain Course, e la lunga salita dello Snaefell rivoluzionò di colpo la tecnica motociclistica: le trasmissioni a cinghia a rapporto unico capitolavano sulla pendenza, e il cambio di velocità divenne indispensabile quasi da un giorno all'altro. Per ironia della storia, quella prima Senior TT sulla montagna fu dominata dall'americana Indian, con Oliver Godfrey a guidare una celebre tripletta.
Sessanta chilometri da imparare a memoria
Nient'altro nel motorsport moderno chiede alla memoria di un pilota ciò che chiede il Mountain Course. Un circuito da Gran Premio contemporaneo conta quindici, forse venti curve; il tracciato del TT ne ha più di 200, sgranate tra villaggi, campagna, boschi e brughiera aperta. I riferimenti di frenata non sono tabelle dipinte ma cancelli di giardini, insegne di pub, pali del telegrafo, il cambio di tonalità di un muretto. I concorrenti ripetono che servono almeno tre anni prima che un giro scorra come un unico film continuo e non come una catena di decisioni di sopravvivenza. I debuttanti devono completare giri guidati a velocità controllata dietro commissari esperti prima di poter gareggiare, e perfino i fuoriclasse dei circuiti permanenti arrivano qui da umili allievi. I soli nomi dei luoghi formano una litania da mandare a memoria: Bray Hill, Ballacraine, Glen Helen, Barregarrow, il Gooseneck, Kate's Cottage. Parecchi ricordano piloti caduti — su questo tracciato, dare un nome è già una forma di memoria.
Da Bray Hill a Ramsey: la corsa in pianura
Il giro parte da Glencrutchery Road, sulle alture di Douglas, e si tuffa quasi subito giù per Bray Hill, una via residenziale percorsa in pieno, con la moto che si schiaccia sulle sospensioni nella compressione in fondo alla discesa mentre muri e vialetti sfilano da entrambi i lati. Passando per Quarterbridge, Union Mills e Crosby il tracciato taglia l'isola verso ovest; a Ballacraine una curva a destra lo indirizza a nord, dentro il tratto boscoso e tortuoso che porta a Glen Helen. Seguono il rettilineo di Cronk-y-Voddy, poi la discesa sconnessa di Barregarrow e il villaggio di Kirk Michael, che le moto attraversano infilandosi tra le case a velocità che nessuna strada normale conosce. A Ballaugh Bridge il celebre dosso lancia ogni moto in aria per un istante, a pochi metri dalle recinzioni dei giardini. Arriva quindi il lungo rettilineo di Sulby, dove le moto più veloci sfiorano le 200 miglia orarie prima della staccata violenta per Sulby Bridge, e il settore di pianura si chiude nel cuore di Ramsey, in Parliament Square: una corsa in pieno centro cittadino, come in Europa non se ne vedono più da generazioni.
La Montagna: niente muri, niente pietà
Usciti dal tornante di Ramsey, la strada sale senza tregua: le curve di Waterworks, il Gooseneck, poi il Guthrie's Memorial, intitolato a Jimmie Guthrie, grande pilota Norton degli anni Trenta. La Mountain Mile si percorre con il gas spalancato attraverso un altopiano nudo, e al Bungalow il circuito attraversa i binari della Snaefell Mountain Railway, i cui tram vittoriani portano gli spettatori in quota nei giorni di gara. Nei pressi di Brandywell il tracciato tocca il suo punto più alto, oltre 400 metri sul livello del mare, sulla spalla dello Snaefell, l'unica vera montagna dell'isola. Quassù non ci sono case e quasi nessun muro, ma il pericolo non scompare: cambia volto — brughiera aperta, pendii esposti e un meteo che non obbedisce a nessun programma. La nebbia può incollarsi alla vetta mentre Douglas brilla al sole, e intere sessioni di prove le vengono sacrificate. La discesa è un tratto di puro ritmo che i piloti adorano — Windy Corner, il trentatreesimo miglio, Kate's Cottage — fino al pub di Creg-ny-Baa, poi Hillberry e il lento, scomodo passaggio di Governor's Bridge prima del rientro lanciato su Glencrutchery Road.
L'aritmetica della velocità
La media vincente di Collier, nel 1907, superava di poco le 38 miglia orarie. Cinquant'anni dopo, al TT del giubileo del 1957, Bob McIntyre spinse la sua Gilera oltre le 100 miglia orarie di media sul giro, abbattendo una barriera dallo status quasi mitologico. John McGuinness superò quota 130 nel 2007, l'anno del centenario, e nel 2018 Peter Hickman portò il record assoluto oltre le 135 miglia orarie: un giro completo di strada pubblica in meno di diciassette minuti. Vale la pena considerare che cosa nasconda quella media: comprende il passo d'uomo di Governor's Bridge, diversi attraversamenti di paese, la scalata di un passo e qualunque cosa il meteo del mare d'Irlanda decida di aggiungere. Il tracciato, dal canto suo, è stato addolcito pochissimo nei decenni — i muri sono gli stessi muri —, sicché ogni progresso è arrivato da gomme, sospensioni, freni e dal sapere accumulato dei piloti. Le punte massime in fondo al rettilineo di Sulby si toccano oggi tra le siepi, su una strada che per il resto dell'anno appartiene a trattori e furgoni.
Il tributo
Il Mountain Course è il luogo più letale del motorsport, e nessun ritratto onesto può girarci intorno. Dal 1907 vi hanno perso la vita ben oltre 250 concorrenti, tra il TT e la sua controparte amatoriale, il Manx Grand Prix. Quel pericolo ha riscritto la storia dello sport: dopo la morte di Gilberto Parlotti nell'edizione del 1972, il suo amico Giacomo Agostini — allora la superstar in carica — si rifiutò di tornare, imitato da altri campioni del Motomondiale. Dopo il 1976 il TT perse lo status di prova iridata e sopravvisse come festival autonomo: una gara a cronometro per specialisti delle corse su strada, che la scelgono a occhi aperti. Gli organizzatori hanno trasformato soccorsi, rete di commissari e criteri di ammissione dei piloti, ma nessuna tecnologia di protezione può neutralizzare muri di pietra a queste velocità. I difensori della corsa si appellano al consenso informato: nessuno viene arruolato a forza sulla Montagna. I critici rispondono che l'elenco dei caduti continua ad allungarsi. Entrambi descrivono la stessa verità irrisolta.
Dinastie, ritorni e record
Il circuito ha una sua aristocrazia. Stanley Woods dominò tra le due guerre; Geoff Duke portò negli anni Cinquanta una guida di fluidità quasi scientifica. La Senior TT del 1967 regalò forse il più grande duello della storia dell'evento: Mike Hailwood batté Giacomo Agostini dopo la rottura della catena dell'italiano, che era al comando. Hailwood firmò poi il ritorno più romantico dello sport, ripresentandosi nel 1978, dopo undici anni di assenza, per vincere la gara Formula One in sella a una Ducati. Sopra tutti, però, stanno i Dunlop di Ballymoney: Joey Dunlop raccolse 26 vittorie tra il 1977 e il 2000, l'anno in cui le corse su strada gli costarono la vita in Estonia; la sua statua oggi veglia sul tracciato al Bungalow. Il nipote Michael Dunlop ha infine superato quel totale nel 2024, mentre John McGuinness, con 23 successi, lega l'era di Hailwood ai giorni nostri. Sulla Montagna la grandezza si misura in decenni, non in stagioni.
Sulla mappa
Leggere del Mountain Course è una cosa; coglierne la scala è un'altra. Sulla nostra mappa interattiva potete seguire l'intero anello da Douglas, passando per Kirk Michael e Ramsey e poi per la spalla dello Snaefell, e vedere quanto faccia sembrare minuscolo ogni autodromo permanente nei dintorni. Ingrandite su Ballaugh Bridge o su Creg-ny-Baa, quindi esplorate gli altri tracciati stradali delle isole Britanniche che tengono viva questa tradizione antica, pericolosa e magnifica.